A partire dal IX secolo, in seguito all’innalzamento della temperatura media in tutta Europa dovuto ai cambiamenti climatici, la popolazione della Valtellina ha iniziato un lento processo di cambiamento delle sua attività economica principale. Iniziarono così i primi dissodamenti del territorio per lo sviluppo di un’agricoltura di pura sussistenza.
Si dovette però aspettare il 1200 per giungere ad un rinnovamento sostanziale, quando i monaci si fecero promotori di vasti dissodamenti e di trasformazioni di selve in campi e vigneti, così i signori terrieri divennero imprenditori e i castelli costituirono il centro intorno a cui si andava modificando il territorio grazie all’intervento dell’uomo.
Nel 1300 l’opera di dissodamento riguardò le terre comunali e raggiunse un livello avanzato in tutta la valle: la comunità trasformò l’incolto, riorganizzando i castagneti ed estendendo il pascolo alle terre di alta quota, compiendo l’eroica opera di conquista del territorio.
Sotto la dominazione dei Visconti e degli Sforza si diffuse la coltivazione della vite; coltura che venne assodata sul versante retico, bilanciata dai castagneti sull’orobico, nel ’500.
Nel ‘600 vennero introdotti il mais e il grano saraceno, accanto ai sempre prendominanti segale, miglio e panico, mentre alla fine del ‘700 fece comparsa la coltura della patata tra i filari delle viti e nei campi fino alle quote più elevate. In questi secoli, fino alla metà dell’800 l’agricoltura visse un periodo florido, nonostante l’accorpamento delle proprietà nelle mani di pochi latifondisti.
Dopo la crisi di metà ottocento l’annessione della Valtellina nel regno d’Italia riportò l’agricoltura ad un periodo abbastanza prospero e di modernizzazione.
Dal 1880, però, la crisi economica che aveva colpito l’Europa, toccò anche l’agricoltura. La viticoltura iniziò a regredire, la coltura dei cereali diminuì a causa della concorrenza, ma si verificò un fatto importante nel quadro delle proprietà: le rimesse degli emigranti vennero utilizzate per affrancare i livelli e acquisire la piena proprietà dei beni lavorati.
Il regime fascista rilanciò la ruralità, ma, nonostante la ‘battaglia del grano’e le feste dell’uva, si verificò una progressiva diminuzione delle attività agricole tradizionali e del numero degli agricoltori. Alla vigilia della seconda guerra mondiale l’agricoltura era in fase di piena crisi, faticava a trovare la via della modernizzazione, anche se in alcune zone cominciò a diffondersi la coltura della mela come alternativa alla viticoltura.
Dal secondo dopoguerra l’esodo dai paesi in quota si fece inarrestabile; diminuì progressivamente la superficie coltivata a vigneto e il numero dei piccoli vinificatori a vantaggio delle poche grandi aziende vinicole locali e la completa conversione a meleto di parte del versate retico, da Ponte a Villa di Tirano.
Ora l’agricoltura ancora presente è nelle mani di grandi aziende agricole e il rapporto biunivoco di sussistenza è stato completamente abbandonato, mentre si è instaurato un rapporto puramente speculativo tra uomo e territorio.
More Maiorum vuole, risvegliare l’animo eroico che aveva portato alla conquista dei territori e ricreare un rapporto forte tra uomo e territorio nel quale il territorio riceve dall’uomo e non solo il viceversa.