L’elleboro nero cresce spontaneo nelle Alpi orientali, soprattutto sul versante meridionale, preferisce le medie alture, le discese calcaree ed erbose, umide e sassose. La sua comparsa è legata al suolo fresco e umido, leggermente ombreggiato. Qui sviluppa il robusto rizoma che trattiene le foglie coriacee, persistenti, lanceolate. Il ritmo vitale di questa pianta si ribella contro il ritmo dinamico dell’anno solare. Fiorisce quando tutt’intorno la vita vegetale si è rifugiata nei semi e nelle radici. Il suo grande fiore di un bianco puro si apre in pieno inverno, quando l’influsso cosmico-astrale è minore. L’impulso astrale dell’elleboro si contrappone quindi spiccatamente alle normali forze astrali che in piena estate portano alla fioritura il mondo vegetale. La stagione dell’elleboro non inizia a San Giovanni, ma a Natale.
A causa di questa anomalia nella fioritura, l’elemento astrale è meno devitalizzante del solito. Il fiore graziosamente inclinato, bianco come la neve, non muore del tutto, ma sopravvive nei sepali che crescono e resistono fino alla primavera come un vero complesso fogliare.
Glucosidi cardiaci e saporitila si trovano soprattutto nella radice e sono simili a quelli della digitale e dello Strophantus. Tali sostanze, come esposto in precedenza, appaiono in piante in cui la sfera astrale, al momento della fioritura, s’intromette troppo nelle strutture eteriche (forze formatrici), ma senza pervenire alla sfera fisica, il che provocherebbe la formazione di alcaloidi. Per questo i glucosidi, legati a degli zuccheri, rimangono nel circuito liquido della linfa vegetale e non vengono precipitati come gli alcaloidi sotto forma salina, minerale. Sono ugualmente privi di azoto poiché non derivano da uno smembramento o una divisione delle albumine. Le Ranuncolacee, particolarmente dominate dalla sfera liquida (o plastica) e dalle forze eteriche che vi abitano, tendono alla formazione di alcaloidi solo nelle rappresentanti estive e soprattutto nel napello. Generalmente sono “avvelenate” solo fino alla formazione di glucosidi.
L’azione terapeutica dell’elleboro nero è indirizzata all’organizzazione dei liquidi nell’uomo, la quale viene sostenuta, tonificata dal corpo astrale; la secrezione dei liquidi aumenta. Si osserva un aumento della pressione, un aumento della diuresi (come nella digitale), la congestione sanguigna degli involucri cerebrali e del midollo spinale, la diminuzione del fluido cerebro-spinale, la dilatazione delle pupille, i ronzii alle orecchie, vertigini e stordimenti; tutti questi sintomi possono essere accompagnati da sovreccitazione psichica. L’omeopatia ha tentato di guarire con l’elleboro nero le sequele della nefrite post-infettiva e i-sintomi della meningite.
Rudolf Steiner ha dato all’elleboro nero un nuovo ruolo nel trattamento del cancro, attirando l’attenzione sugli “antiritmi” di questa pianta ostinatamente contraria ai ritmi annuali normali e a quelli vegetali. Con le potenti forze vitali della sua radice, impregna foglie e fiori nella loro persistenza visibile. Esiste una reciprocità di questo fenomeno nell’uomo laddove gli impulsi dell’organizzazione superiore (normali per la genesi degli organi sensoriali) invadono l’organizzazione inferiore che risponde con processi anomali di crescita nei quali l’eterico si sottrae (contro tendenza) agli ordini dell’astrale. È ciò che avviene nella formazione di un carcinoma. Sotto l’aspetto terapeutico, l’elleboro nero assomiglia al vischio che Rudolf Steiner ha introdotto per la prima volta nel trattamento del cancro, ma non ci soffermeremo per ora su questo fatto.
Tratto da “Le Piante Medicinali per la cura delle malattie” – Wilhelm Pelikan



